mercoledì 9 dicembre 2009

BUONGIORNO PADRONE

Ed una mattina, arrivando in cantiere alle 7.30, mi sento chiamare dal guardiano notturno che mi saluta con un perfetto italiano: "Buongiorno Padrone". Mi viene un colpo. Ma come "Padrone" ! Eppure qui è così. Non è mica che mi sono presentato con il caschetto, scarpe antiinfortunistica, giubbettino con incorporata calcolatrice, cordella metrica, macchina fotografica, cartellina con planimetrie,...appena sceso dal gippone. No, sono uscito di casa in sandali, una t-shirt bianca ed un paio di pantaloncini corti. Volevo solo vedere se continuavano a metter giù la ringhiera. Quel "Padrone" mi ha un pò raggelato. Devo dire che è solo lui che mi chiama così (e giuro che sono stato cortese con tutti, tranne che con l'impresario), ma odora di schiavitù. Qui sono in diversi ad avere ancora un senso di profondo rispetto verso l'uomo bianco, quasi un senso di riverenza. Non capisco se ci sia qualcosa che continuiamo a sbagliare (come approccio, dico).
Sono persone molto accoglienti e pronte ad aiutarti, cercano sempre l'incontro. Non ho mai stretto tante mani in così poco tempo. Ecco, se ti incontrano 10 volte in un giorno, per 10 volte ti offrono la mano.
Comunque ho detto al guardiano che non voglio più essere chiamato a quel modo. Non siamo venuti a conquistare nulla. L'ospedale è per loro, lo vogliamo fare con mano d'opera loro, e devono sentirselo un loro bene, un bene di tutta la comunità.
p.s. Per i miei genitori, perché non abbiano a temere: il cantiere dell'ospedale è esattamente a 45 metri da casa. Li ho misurati, così sono tranquilli.

VITA DA CANTIERE


Mia mamma mi chiede spesso se faccio il manovale. Insomma, potrebbe tornare utile (penso). D'altro canto adesso so come si fanno i mattoni (grazie ai libri di Carlotta che tanto pesavano in valigia, ma sono utilissimi), so prendere le misure (grazie alla mia cordella metrica, comprata per fortuna in Italia), ne capisco qualcosa di più di tetti e ringhiere,...ma in cantiere per adesso c'è solo da guardare. Osservare che i lavori vengano ben fatti. E sarà perché sono pignolo, sarà perché mancano gli strumenti di lavoro adatti, sarà perché il materiale è quello che è,...insomma bisogna sempre stargli dietro. Ma in Italia non mi sembra diverso. Forse qui manca la passione per questo tipo di lavoro. In compenso trovo che sappiano ingegnarsi in soluzioni validissime, e far di necessità virtù.


Insomma, non faccio il manovale ma il capo cantiere. Ma il cantiere è pressoché chiuso (mancano i soldi ed il materiale che stiamo aspettando dall'Italia), quindi vado a caccia delle cose fatte poco bene. Per chi mi conosce, direbbe "poveri africani, non potevamo mandargli giù peggior volontario; uno rompi... così non l'avranno mai visto". Così mi è toccato discutere con l'impresario perché di 24 finestre che ho misurato (ci dobbiamo far fare sopra i vetri) solo 2 o 3 hanno la stessa misura (peraltro diversa se misurata internamente o esternamente; il muro pende un pò....). Anche la ringhiera non ha le saldature fatte in modo opportuno, ma mi han detto che qui piove poco. Certo, ma una volta che è entrata l'acqua....Eppoi, non si era detto che il controsoffitto in legno doveva essere bianco negli interni e rosso sul portico esterno (sono due qualità di legno diverse). Presto fatto; allo stesso legno è staat data una mano di mordente rossiccio. Cavolo, questo mi fa arrabbiare. Dopotutto se fai un lavoro fatto bene, sono tentato di fartene fare altri. Ma questo concetto ancora non passa. Chissà se anche mio papà, quando girava per i cantieri, vedeva le stesse cose. Allora, siccome vi vedo che vi state appassionando, vi mando un pò di foto. p.s. Ci scherzo sù perché è bello prendere le cose anche con un pò di spensieratezza, ma ho profondo rispetto per il lavoro fatto sotto 40 gradi di sole. Rispetto chi si spezza la schiena e cerca di portare a casa il pane per i suoi 5 figli. Rispetto che si è tolto dalla strada e cerca di vivere onestamente. Mi fa solo rabbia l'impresario che sostiene che il lavoro è ben fatto, mi chiede i soldi in anticipo e non me la racconta giusta sui soldi che paga effettivamente agli operai.

PENSIERI SPARSI


Eccoci qui, di nuovo. Non siamo scappati, solo un attimo di pausa per...pensare. Anche io ho iniziato a fare qualcosa !!! Evviva. E non è solo pensare, che già quello è un gran lavoro al caldo di questo sole. Suvvia, vi prendo in giro. Oddio, sul caldo no. Sono stati giorni di trambusto, in casa e fuori; dopo 7 anni passati qui sul fronte, Chicco ed Anna hanno lasciato la loro "missione" per tornare in Italia. In fondo li conoscevamo da sole 2 settimane, ma le sensazioni che ci siamo trasmessi nell'ultimo abbraccio raccontano molto di più di qualche scampagnata in savana. Ci pensate cosa vuol dire voltarsi indietro e lasciare qui un pezzo di vita, delle amicizie, la casa che ti ha ospitato per tante notti, la gente con cui hai condiviso successi ed insuccessi, sorrisi e litigi...io ho ripensato a quando sono partito dall'Italia. Al mio ultimo giorno di lavoro, passare per ogni ufficio e salutare tutti. Con alcuni non riuscire a trattenere l'emozione. Dopotutto partivano per una avventura grande e non eravamo certi di farcela. Ancora adesso non siamo sicuri, ma siamo più sereni. Adesso iniziamo a capire, ad orientarci. Iniziamo ad avere contatti con la gente, essere riconosciuti, iniziamo a lavorare con loro. Ho visto Anna e Chicco con gli occhi arrossati, ma erano rossi anche i miei. Penso che abbiano lasciato un segno, e l'affetto delle persone che erano qui si è sentito. Al loro rientro in Italia ci saranno un sacco di amici, il loro figlio, ma anche una nuova vita da riprogrammare. Però sono in pensione, e quindi nessuno mette loro fretta. Auguro ad Anna e Chicco un mare di fortuna. E sono sicuro che continueranno ad essere testimoni.
Quindi adesso in casa siamo in 5 (due coppie più Angelle), ma aspettiamo a breve un civilista.
E adesso ognuno è responsabile della prosecuzione dei vari progetti. Quindi sotto e rimbocchiamoci le maniche.

venerdì 27 novembre 2009

FETE DU MOUTON [27.11.2009]

Oggi ricorre una festa musulmana, la festa del montone. Quindi vacanza; anche Cristiana è libera e quindi decidiamo di fare un giro al fiume. Un po’ di svago per noi ed un po’ di foto per voi.
pescatori..ippopotami...mucche...i montoni se li sono mangiati tutti...ci sono rimaste solo le pelli!






PIACERE...GABRIELLA

Banalmente si potrebbe dire "com'è piccolo il mondo!" Eppure...tra gli invitati alla festa c'era pure Gabriella, suora laica che da 7 anni è qui in Cameroun per seguire un progetto nei villaggi per la promozione della donna e la sensibilizzazione della diffusione dell'HIV.
Nel suo discutere in italiano ogni tanto infila qualche parola che ci sembra di conoscere; forse, più che le parole, colpisce la sua tipica inflessione veneta (noi invece non lasciamo trapelare in alcun modo le nostre origini...). Quando se ne esce con un "fioi che fadiga!", le supposizioni si fanno certezza.
E' di Vigodarzere, dietro l'angolo insomma...

UNA BIRRA CON GLI AMICI

Ieri sera siamo usciti per festeggiare una coppia di ragazzi che torna in Italia. Lei si chiama Alessia, è italiana ed è rossa come me. Proprio un bel rosso carico. Ed ha il tipico carattere di un rosso...si è sposata un paio di mesi fa con Nicholas, ragazzo camerunese che fa l’educatore a Saare Jabbaama e segue i ragazzi più grandi in carcere. Mi fa tenerezza pensare a Nicholas che viene per la prima volta in Italia, ed atterrerà l’11 di dicembre. Qui abbiamo 32 gradi ed il sole tutto il giorno....come se la caverà con la nebbia di Milano, e la gente di Milano ?
Alla festa ho parlato un po’ con J., dei suoi sogni e dei suoi progetti. Lavorare nel progetto “Enfant en difficulté” lo riempie di motivazioni, anche per i buoni risultati di integrazione fin qui ottenuti. Tuttavia leggevo nei suoi occhi un po’ di amarezza. Mi sono fatto spiegare...è che con questo governo sembra che non ci siano possibilità di svolta. Il presidente è in carica da 25 anni; appena salito al potere ha instaurato un tranquillo governo militare (tranquillo per davvero). Quindi ha rivisto tutto il sistema, con il risultato che oggi un professore universitario guadagna meno di un militare; e pertanto nessuno è incentivato proseguire negli studi. Si è ingenerato in pochi anni un abbassamento del livello culturale e l’aumento del divario tra le diverse classi sociali. Ed in tutto questo contesto, resta la paura di provare a riunirsi per protestare, di provare a lottare per un cambiamento. Vince la paura di perdere quel poco che hai. Ma non mi è sembrato che J. voglia lasciare il suo paese, è attaccato a questa terra, alle sue origini ed alle sue tradizioni

ENFANT DE RUE




La visita di Rosella mi ha permesso di conoscere una realtà per me ancora sconosciuta, il centro Saare Jabbaama. E' una bella struttura, ma ancor più bello è il progetto che la sostiene. Anche qui, come avevamo visto in Ecuador, la realtà dei bambini di strada (che qui hanno deciso di chiamare bambini in difficoltà, per non ghettizzarli) è davvero molto presente. Sono per lo più ragazzini scappati dalle violenze familiari, scappati da paesi e villaggi vicini e lontani, abbandonati o i cui genitori sono morti. Vivono per strada, dormono per strada. Non sono riuscito a trovare il coraggio di fotografarli, ma i ragazzini di Saare Jabbaama quelli sì. Ieri sera, che siamo usciti con gli educatori del centro a bere una birra, anche Cristiana ha potuto vedere il centro. E non appena i ragazzini l'hanno vista, tutti le sono saltati addosso. Hanno davvero un gran bisogno d'affetto, soprattutto materno.
Il centro, molto pulito ed ordinato, accoglie fino ad un massimo di 15 ragazzini. Arrivano qui dalla "Maison des jeunes", una struttura in centro a Garoua. Lì vengono in un qualche modo selezionati; è brutto da dire, ma non c'è soluzione. Per due ragioni. I ragazzini che hanno bisogno di essere accolti nella struttura sono davvero molti e non per tutti ci sarà possibilità di reinserimento. Quindi vengono "scelti" quelli sui quali si pensa di riuscire ad ottenere un risultato maggiormente positivo.
Lo stato camerunese sostiene in maniera davvero minima il progetto. Fornisce solo un operatore (Jacques), che è dipendente statale. Il resto degli educatori è pagato dal Coe, con i finanziamenti che arrivano dall'Italia.
A Saare Jabbaama i ragazzi hanno modo di vivere in comunità; c'è sempre almeno un operatore con loro, giorno e notte, a turno. Ci sono attività educative e ricreative e l'obbligo di andare alla scuola (per imparare il francese, visto che conoscono solo il foufoulde, lingua tradizionale). Qui hanno un pasto, la possibilità di guardare all'igiene personale e la speranza di vivere in un clima familiare. Tra l'altro la struttura ha al suo interno una piccola casa e si sta cercando una famiglia camerunese che voglia vivere all'interno di Saare Jabbaama, proprio per testimoniare nel concreto un modello riuscito di vita familiare.

Qui ha fatto il suo mese di stage Eliana.